Gallery
Via Goito 8, 10125 Torino
Riccardo Costantini Contemporary nasce come nuovo progetto nel gennaio 2013. La galleria promuove ed espone artisti nazionali e stranieri, emergenti ed affermati, operando esclusivamente nel mercato primario con particolare attenzione, ma non solo, alla scena internazionale e a tutti i mezzi espressivi dell’arte contemporanea: pittura, fotografia, video, scultura e arte installativa.
Apertura al pubblico: mar-sab – 11/19
Exhibits
28.03.2025 - 24.04.2025
opening: 27.03.2025
28.03.2025 - 24.04.2025
ore 18:00
Gliding Over All
Camilla del Signore
INell’ambito di Il futuro è una schiuma cosmica, la terza edizione del bando TO.BE dedicato alla crescita professionale dellə artistə emergenti, che stanno completando o che hanno terminato la loro formazione, Riccardo Costantini Contemporary presenta la mostra personale di Camilla Delsignore “Gliding over all”.
La proposta espositiva curata da Ghёddo si inserisce in un programma più ampio di mostre che prevede la collaborazione tra artistə e spazi d’arte contemporanea di Torino. L’intero progetto è realizzato con il sostegno di Fondazione Venesio e con il patrocinio di Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e Città di Torino.
La mostra sarà accompagnata da un testo critico di Barbara Ruperti.
In Gliding over all (Scivolando su tutto), la personale di Camilla Delsignore in mostra presso Riccardo Costantini Contemporary, l’artista approfondisce il concetto di ciclicità dell’esistenza corporea, indagando il continuo mutare della materia in relazione al tempo e alla memoria.
Il lavoro di Camilla Delsignore si distingue per la sua capacità di generare un dialogo tra ciò che è visibile e ciò che è celato, operando al confine tra intensità e delicatezza.
Nella sua pratica l’interesse per una sperimentazione sul divenire del materiale è connaturato allo studio di organismi simbiotici, come funghi e batteri, che portano l’artista a creare delle forme aperte a continue evoluzioni.
La mostra presenta opere inedite e produzioni realizzate nell’ultimo anno, in cera, cenere e particolari membrane organiche. Nelle due sale della galleria sculture, disegni e installazioni compongono un environment da vivere lentamente, in ascolto degli impercettibili mutamenti dettati dal tempo.
Camilla Delsignore (Vercelli, 2000)
Vive e Lavora a Torino. Ha conseguito la Laurea Triennale in Scultura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove attualmente frequenta il biennio di Decorazione. La sua ricerca affronta gli stereotipi intorno all’ambito familiare e alla casa, luogo spesso associato al lavoro femminile, interrogandone le implicazioni culturali e sociali. Più recentemente ha integrato al suo lavoro una riflessione materiale e poetica sull’impermanenza e la temporalità del corpo indagandone le molteplici declinazioni attraverso la presenza e l’assenza, sia nella dimensione corporea che spirituale.
Ghёddo un progetto di ricerca e un collettivo curatoriale indipendente attivo a Torino e composto da: Olga Cantini, Rachele Fassari, Davide Nicastro, Barbara Ruperti e Marta Saccani. Il collettivo è nato nel 2022 dall’esigenza di sperimentare e promuovere un dialogo aperto sulle pratiche artistiche e curatoriali contemporanee. Ghëddo si propone come incubatore per progettualità emergenti, con una visione curatoriale militante e un posizionamento etico attento alle anomalie del sistema dell’arte. Il nostro approccio si fonda sulla partecipazione, sull’interconnessione e su uno scambio orizzontale, privo di gerarchie.
L’autenticità dell’abuso
Alessandro Armetta
L’Autenticità dell’abuso esplora la dimensione estetica e temporale dell’abuso edilizio, concentrandosi su ciò che di esso permane oltre il gesto che lo ha originato. Le installazioni di Alessandro Armetta danno forma a una riflessione sulla persistenza degli scheletri edilizi, su come queste strutture, mai pienamente realizzate né del tutto demolite, diventino testimoni involontari di un passato irrisolto. Emblematico è il caso di Monte Pizzo Sella, dove l’abbattimento degli edifici abusivi venne interrotto dopo sole cinque demolizioni, lasciando il promontorio popolato da costruzioni mai abitate e ridotte a rovine premature. Lì, tra le crepe del cemento e le tracce delle fiamme che, nel tempo, ne hanno consumato le superfici, si cristallizza la memoria visiva dell’abuso: un paesaggio interrotto che non si cancella ma si stratifica, restando come documento tangibile di un’azione sospesa.
Dalla finestra di casa sua, Armetta ha osservato per anni questa collina, ha visto quelle strutture resistere nel tempo, sopravvivere agli incendi, ergersi come un triangolo di cemento verso il cielo. È in questa resistenza muta, in questa trasformazione dell’abuso in rovina e della rovina in paesaggio, che si manifesta la sua autentica natura. L’abuso edilizio non si dissolve con l’arresto dei responsabili, ma lascia dietro di sé un’impronta indelebile, una presenza che, proprio nella sua permanenza, diventa affascinante.
Se il paesaggio di Pizzo Sella è la matrice visiva e concettuale della mostra, le opere ne restituiscono una sintesi filtrata attraverso materia, ombra e frammento. Armetta si muove tra il macro e il micro, tra la monumentalità dell’architettura e la fragilità del dettaglio. Lavora con materiali poveri, legnetti e barre di ferro, elementi minimi che alludono tanto alla precarietà strutturale delle architetture incompiute quanto alla persistenza della loro memoria visiva. I suoi lavori sono scorci di edifici mai davvero abitati, relitti di un’espansione urbana interrotta, ma anche frammenti di paesaggi marini. Il tono grigio pervade le superfici, restituendo la sensazione di un tempo sospeso, in bilico tra costruzione e rovina. È il colore delle macerie appena crollate o di quelle che stanno per cedere, della materia che esiste ancora ma porta già i segni della sua dissoluzione. Come i tondini di ferro ritrovati a terra, ciò che resta non è più struttura, ma traccia di un passaggio, frammento di un processo interrotto tra espansione e collasso. Ciò che l’artista rappresenta non è l’evento dell’abuso edilizio, ma la sua sedimentazione: una struttura disgregata in cui la distruzione non è mai definitiva e la costruzione non è mai compiuta. In quest’atmosfera di sospensione appaiono linee rette verticali, elementi ricorrenti che attraversano lo spazio dell’opera come segni di resistenza o vestigia di un ordine architettonico perduto.
Nella pratica artistica di Armetta il gesto diventa ripetizione, accumulo, ossessione. I materiali che utilizza – scarti dell’edilizia, frammenti trovati – non sono solo elementi costruttivi, ma tracce di un processo che oscilla tra costruzione e demolizione, tra ordine e caos. Il suo approccio sembra quello di un organismo instancabile, simile a una formica che edifica pezzo dopo pezzo, con un’azione metodica e al tempo stesso compulsiva. Nelle opere in mostra il gesto si libera da una struttura predefinita e si affida al caso, come in un disegno che prende forma nell’atto stesso della sua esecuzione. Nei suoi acquerelli, il colore stratificato diventa un vortice in cui la materia sembra collassare su se stessa, un’agonia visiva interrotta solo da un’apertura, un impercettibile punto di fuga che suggerisce la possibilità di un’uscita. L’ossessione è motore e destino, un’azione incessante che costruisce e al tempo stesso erode, lasciando emergere immagini di un’architettura in perenne stato di incertezza.
Legno, ferro, bitume, resina, idropittura e gesso si combinano in una tavolozza grezza, che rimanda all’edilizia, ma anche alla fragilità di un mondo costruito senza solidità, su fondamenti precari. Inserisce nelle opere dei fili di lana o cotone che diventano un elemento di rottura, quasi un gesto involontario che si infila nella materia come una ferita, un rimando figurativo a qualcosa di lacerato. Le installazioni, pur nelle loro geometrie e nel loro rigore formale, parlano di fragilità, di muri che restano appesi a un filo sottile, con una tensione che li tiene sospesi. Queste “mura fragili” sembrano esistere al limite, mantenute in piedi solo grazie a un equilibrio delicato che sfida le intemperie e il tempo. I lavori di Armetta sono fermo immagine di un processo in corso, un’istantanea di ciò che accade tra la distruzione e la costruzione. Sono foto, ricordi, frammenti di un attimo che l’artista decide di immortalare, congelare e conservare. La casualità dei disegni è la testimonianza di un gesto che cerca di fissare l’infinito divenire del paesaggio umano e naturale, arrestando un momento di transizione, un equilibrio precario che resta come un eco nel tempo.
Virginia Fungo
Alessandro Armetta Nato a Palermo nel 1996, vive e lavora tra Palermo e Torino.Diplomato nel 2015 presso il liceo artistico Eustachio Catalano di Palermo,si è laureato nel 2021 presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
La sua ricerca si concentra principalmente sulla scultura e la pratica
installativa trovando la propria costante nell’utilizzo di materiali lignei e
ferrosi, in continuo riutilizzo e assemblaggio.
Virginia Fungo Laurea magistrale in Culture dei Media presso
l’Università degli Studi di Torino, ha conseguito il Master of Art alla Luiss
Business School di Roma.
21.02.2025 - 15.03.2025
opening: 20.02.2025
21.02.2025 - 15.03.2025
h. 18.00
La mostra collettiva riunisce tre artisti distintivi: Carlo Galfione, Krizia Galfo eGiuseppe Gallace. “Same as it ever was”, frase ripetuta ossessivamente nel brano “Once in a Lifetime” dei Talking Heads, non è solo un titolo provocatorio, ma un richiamo a esaminare il “già visto”, la pittura, sotto una nuova luce, esplorando ciò che rimane costante in un mondo in continuo cambiamento. La mostra offre un interessante viaggio attraverso la pittura figurativa contemporanea, esplorando tematiche di identità, memoria e trasformazione.
Il testo critico è di Virginia Fungo
We are pleased to announce the opening of the group exhibition “Same as it ever was” on Thursday, February 20, 2025, at 6:00 PM, featuring three distinctive artists: Carlo Galfione, Krizia Galfo, and Giuseppe Gallace. “Same as it ever was,” a phrase obsessively repeated in the song “Once in a Lifetime” by the Talking Heads, is not only a provocative title but also a call to examine the “already seen,” painting, in a new light, exploring what remains constant in a constantly changing world. The exhibition offers an intriguing journey through contemporary figurative painting, exploring themes of identity, memory, and transformation.
Text of the exhibition: Virginia Fungo
Krizia Galfo – Floating – 2024 – Olio su lino – cm. 35×30
06.12.2024 - 31.12.2024
opening: 05.12.2024
06.12.2024 - 31.12.2024
16 opere per la mostra che ripercorre la pluridecennale carriera del fotografo Giovanni Maria Sacco e della sua ricerca, da sempre tesa a indagare l’essenza e il mistero del quotidiano e il senso generale di impermanenza nel mondo.
La ricerca della bellezza. In una natura morta, come in uno scenario di archeologia industriale. Nella precarietà e nel declino silenzioso delle umane cose, come nell’impassibilità delle costruzioni architettoniche. Una selezione dei lavori più significativi di Giovanni Maria Sacco (Roma,1954).
Per trent’anni professore universitario di informatica, Sacco ha seguito la sua vocazione per la fotografia, che lo accompagna sin dall’età di otto anni. Le sue immagini spaziano tra temi diversi: rovine moderne, con una predilezione per le grandi fabbriche, architettura, nature morte, ritratti, nudi. Costante è la ricerca sull’essenza e il mistero degli oggetti e delle forme del nostro quotidiano e sul senso generale di impermanenza nel mondo.
“Nelle immagini esposte, Giovanni Maria Sacco condensa una ricerca dell’arcano non svelato, coniugata al rafforzato bisogno di realtà”, sottolinea la curatrice Alessia Locatelli. “Le fotografie offrono uno studio accurato delle tecniche di rappresentazione, attraverso una precisa composizione del frame e l’uso attento e consapevole delle luci. Un connubio tra abilità e creazione che muove verso l’osservazione dettagliata e un’indagine sull’immanenza degli oggetti, in relazione alla loro mistica interiore”.
“Presente Remoto” propone una raccolta di immagini tratte da alcuni dei progetti più rappresentativi dell’autore, come la serie Silent Theaters (tratta dal libro pubblicato da Kehrer Verlag, 2023), una narrazione visiva che apparentemente riguarda fabbriche abbandonate nelle quali regna lo stesso silenzio dei teatri dopo l’ultimo spettacolo: luoghi brulicanti di voci, rumori, persone e attività che improvvisamente arrestano la loro corsa, cadendo nell’oblio di un silenzio che avvolge spazi, oggetti, memorie. Dietro le vestigia di un passato industriale emerge il vero soggetto, che Sacco individua nella lenta ma dignitosa decadenza delle cose, delle speranze, l’epilogo delle fatiche umane. Difficile guardarlo dimenticando che è solo la tappa di un viaggio senza ritorno che trasforma tutto in polvere.
È in quel ‘Memento Mori’, che dà anche il titolo alla serie di nature morte, che lo sguardo del fotografo si sofferma, diventando fotografia del tempo che avanza: lenta, colta, raffinata e curata nei minimi dettagli, come un dipinto fiammingo. Un lavoro sulle immagini che rispecchia una profonda conoscenza della luce e della tecnica.
Elementi che si ritrovano in Applied Metaphysics, progetto che accomuna la classicità pittorica – presente nei soggetti floreali e negli oggetti che abitano i nostri spazi, così come nell’uso delle luci in still life e nel fondo scuro della tradizione della pittura nordica – con l’innovazione della tecnica di acquisizione in altissima risoluzione dell’immagine fotografica (nel 2014, periodo in cui il fotografo ha avviato il progetto, nessuna fotocamera digitale offriva una risoluzione così elevata. All’epoca, Sacco ha scelto una tecnica insolita e sperimentale). La serie è composta da scatti in risoluzione di oltre 300 megapixel, che permettono una stampa di altissima qualità in formati di grandi dimensioni, rendendo coinvolgente ed immersiva l’osservazione dei particolari e delle forme, in un percorso che conduce a guardare l’essenza interiore e invisibile delle cose.
Il concetto di metafisica, intesa come indagine oltre l’apparenza della realtà, emerge infine nella serie Metafisica Concreta: un corpus di fotografie tratte dall’omonimo libro Giovanni Maria Sacco, Metafisica Concreta, Contrasto, 2024 (oggetto di una monografica a Milano presso Galleria Still, dal 15 novembre al 31 gennaio 2025). Il minimalismo di alcuni importanti edifici razionalisti italiani e l’atemporalità degli archetipi architettonici delle opere in mostra, portano lo sguardo a scoprire l’essenza delle cose, un’immagine della realtà trascendente l’apparenza, l’immunità dallo scorrere del tempo.
Sacco con le sue fotografie non vuole stupire, non cerca di sorprendere. Ma misurando perfettamente gli elementi che andranno a costruire il suo frame fotografico, egli accede a nuove forme caratterizzate da una decisa e profonda connotazione metaforica che provoca uno straniamento. La fotografia di Sacco è sottrattiva ed essenziale: tutto e solo ciò che serve, niente di più, niente di meno. I soggetti non sono colti in un’istantanea, bensì persistono in una condizione di sospensione metafisica, simile a quella realizzata in pittura da Piero della Francesca, Edward Hopper e Vilhelm Hammershøi.
L’assenza del tempo unita ad una grande attenzione per la composizione e la luce rendono le fotografie di Sacco molto vicine alla pittura classica.
In occasione della mostra sarà presentata un’edizione limitata del catalogo dedicato.
Orari: da martedì a sabato: 11:00 – 13:00 | 15:00 – 19:30
Ingresso libero
25.10.2024 - 30.11.2024
opening: 24.10.2024
25.10.2024 - 30.11.2024
In mostra le nuove opere di pittura e alcune ceramiche del giovane artista siciliano Simone Stuto. La mostra si pone come un viaggio simbolico nella dualità insita nella natura umana, che si traduce in un dialogo continuo e incessante tra luce e ombra, tra maschile e femminile, tra divino e umano e tra inizio e fine. In questo contesto, l’alchimia diventa metafora di trasformazione, un processo di continua combinazione e decomposizione che porta alla nascita di una nuova realtà che si traduce in una presa di coscienza, in grado di divenire un’opportunità salvifica che ponga fine a questa dualità lacerante. Un ritorno mistico all’Uno, attraversando tutte le sue emanazioni. Eone dopo Eone
20.09.2024 - 19.10.2024
opening: 19.09.2024
20.09.2024 - 19.10.2024
Nei lavori in esposizione, installazioni e sculture luminose, Ferdi trasforma materiali come plexiglass, cartoncino, alluminio e LED, in opere d’arte che sollecitano la nostra percezione. Ferdi non è solo uno “scultore”, è un vero “alchimista”. La capacità di trasformare elementi comuni in originali creazioni luminose è la caratteristica principale della sua pratica artistica: ogni materiale scelto porta con sé una storia, una possibilità di metamorfosi che esplora con personale innovazione. Nelle opere in mostra, il plexiglass diventa un prisma di luce. Le sculture, così realizzate, la catturano e riflettono, dando vita a giochi di trasparenze e colori che mutano a seconda dell’angolazione e dell’’intensità della luce stessa. Ferdi ha generato i propri lavori pensando anche a una loro duplice fruibilità: le opere vivono infatti con un proprio raffinato carattere anche se spente. L’alluminio, con il suo fascino industriale, è modellato in forme fluide e dinamiche. Le superfici metalliche, o in plexiglass quando l’alluminio ne è di supporto, riflettono la luce LED in un caleidoscopio luminoso, creando un contrasto tra la freddezza del metallo e il calore della luce. I LED, riuscendo a variare in intensità, permettono all’artista di giocare con la luce, trasformando ogni lavoro in un’opera viva e mutevole. Le sculture di Ferdi non solo catturano l’occhio, ma invitano il visitatore a esplorare le interazioni tra luce, materia, forma e falsa prospettiva. Ogni passo rivela una nuova sfumatura di colore, un nuovo gioco di ombre e luci. Sono più che semplici sculture luminose, sono meditazioni sulla trasformazione e la rinascita. Attraverso la sua arte, Ferdi ci invita a vedere il potenziale nascosto nei materiali quotidiani, a riconoscere la bellezza nella semplicità e a celebrare l’infinita possibilità di trasformazione della luce e della materia.
21.06.2024 - 14.09.2024
opening: 20.06.2024
21.06.2024 - 14.09.2024
h. 18.0010 anni di vita quelli che Bahar, artista iraniana multidicliplinare ci racconta attraverso le sue opere. Una sequenza cronologica di dipinti realizzati con tecnica mista, acrilici, cera, gesso su tela, danno forma ad una pittura astratta. Le immagini che ne risultano affiorano da suo vissuto più intimo, tumultuoso e mai raccontato. Nelle sue pitture, gestuali, materiche i toni si sovrappongono, si uniscono, si cancellano in un turbinio esplosivo che svela e contemporaneamente nasconde. I suoi sono sentimenti contrastanti di esperienze vissute nel suo Paese di origine. Un passato che improvvisamente riemerge. Una memoria che si fa sempre più incalzante e che urge la sua legittimazione. L’arte le permette di subliminare il dolore. La pittura diventa catartica. Accanto ai dipinti, alcune fotografie recuperate nei mercatini, si vedono persone sconosciute, donne, bambini che evocano nostalgici ricordi. Su queste fotografie bianco e nero della serie Memorie l’artista traccia dei segni, nasconde con pennellate i volti, per ritornare al tema dell’identità. L’opera di Bahr, la sua essenza più profonda coincidono con la sua vita stessa. Opere eleganti ed eteree come la sua esile figura si offrono a noi, spettatori ignari, lasciandoci stupiti di fronte alle sue delicate creazioni che necessitano della nostra empatia, di silenzio, di ascolto. In questo processo di condivisione l’artista si espone in tutta la sua fragilità e forza enigmatica coinvolgendoci in una profonda riflessione umana, a noi il compito di continuare la narrazione con profondo rispetto. 10 anni di vita vissuta.
(chiuso il mese di agosto)
Bahar Heidarzade nasce a Tehran nel 1981, due anni dopo la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran. La sua indole introspettiva la porta già da piccola a esprimere le sue emozioni e sentimenti attraverso il disegno e la pittura. Da adolescente comincia a sentire il peso di una condizione di vita che non le permette di comunicare la propria opinione. Non può scegliere di truccarsi, come vestirsi, non può studiare musica, non può ballare, non può cantare, non può togliere l’hijab. Si iscrive alla scuola d’Arte della capitale, senza riuscire a trovare una reale possibilità artistica attraverso cui esprimere la propria identità e il proprio pensiero. Più volte viene arrestata per il modo in cui indossa l’hijab. Racconta l’artista che giovanissima, mentre camminava con un’amica in un parco venne bloccata dalla polizia morale che le tagliò i capelli che fuoriuscivano dal velo…Affetti cari che spariscono… Lascia l’Iran nel 2007 per trasferirsi in Armenia prima e successivamente in India. Nel 2013 sceglie l’Italia e la città di Torino, le cui montagne le ricordano la sua casa nativa, come luogo dove vivere e continuare la sua produzione artistica. Si iscrive all’Accademia Albertina dove frequenta il corso di Pittura. Sperimenta diverse tecniche pittoriche e amplia durante gli anni di questa formazione, differenti linguaggi espressivi. Inizia la sua produzione artistica con un orizzonte multidisciplinare tra pittura, installazioni, fotografia e performance. Bahar da quando ha lasciato l’Iran, non vi è più tornata. |
05.06.2024 - 15.06.2024
opening: 04.06.2024
05.06.2024 - 15.06.2024
Nell’ambito di Kissinkemmer, la seconda edizione del bando TO.BE dedicato alla crescita professionale di artistə emergenti dell’Accademia Albertina di Torino, martedì 4 giugno alle ore 18:00, in via Goito 8, Riccardo Costantini Contemporary presenta la mostra di Veronica Gambula e Asja Pedrolli I lampi sono spine, a cura di Ghëddo.
“Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose,
la notte e’ illuminata di spine, e il rombo
del fogliame, così lieve poc’anzi tra i cespugli,
ora ci segue alle calcagna.”
Traendo ispirazione dai versi di Ingeborg Bachmann, il titolo della mostra I lampi sono spine è stato scelto per tradurre l’intensità grafica e poetica che accomuna i lavori di Veronica Gambula e Asja Pedrolli. L’immagine di una tempesta che accende la notte di lividi bagliori acuminati, racchiude tutta l’intensità emotiva e concettuale del lavoro delle artiste.
La grafica d’arte a stampa è il medium adeguato per riflettere sulle potenzialità espressive e concettuali connesse ai temi della fragilità dell’animo e del corpo, della ferita intesa come trauma e come finestra sul mondo.
In questo terreno si incontrano le ricerche delle due artiste, laddove l’interesse per una sperimentazione alchemica sull’accadere del materiale è connaturata a un’intensa pratica di esplorazione interiore. I procedimenti incisori, che variano dalla puntasecca, alla xilografia, fino alla stampa solare, diventano strumenti per scandagliare i concetti di traccia e di ferita, grazie alla modulazione del graffio e della morsura, entrando in dialogo con diversi media e linguaggi, dal ricamo alla fotografia.
Veronica Gambula (Carbonia, SU, 1980)
Nel 2007 si laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari, nel 2018 consegue il Master in Opera Grafica presso la Fundación Ciec, Spagna. Attualmente frequenta il biennio di Grafica presso l’Accademia Albertina di Torino. Veronica Gambula, artista visiva, con la sua opera indaga l’aspetto emozionale dell’umano: corpi deformati, smagriti si consumano e scompaiono nell’oscurità. Moltitudini creano paesaggi interiori e si muovono dinamiche fino a disgregarsi nell’atmosfera. Il suo linguaggio ricorre sia alle tecniche dell’incisione, sia al ricamo in un dialogo continuo tra segni incisi e fili, tra carta e tessuto.
Asja Pedrolli (Trento, 1999)
Nel 2022 consegue il diploma Accademico di primo livello in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Verona. Attualmente frequenta Grafica presso l’Accademia Albertina Belle Arti di Torino. La sua ricerca ha l’intenzione di mostrare la condizione malinconica e intima dell’esistere. Attraverso la fotografia, un segno espressivo e una grafica accurata, vuole fare emergere la visceralità e l’intensità dei soggetti rappresentati.
La proposta espositiva si inserisce in un programma più ampio di mostre a cura di Ghёddo che prevede la collaborazione tra artistə e spazi d’arte contemporanea di Torino. L’intero progetto è realizzato con il patrocinio di Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e Città di Torino, con il sostegno di Fondazione Venesio.
Ghёddo
Attivo a Torino dal 2021, il collettivo curatoriale organizza progetti culturali per valorizzare e promuovere l’arte emergente. Mira a creare una rete dinamica tra artistə, gallerie e spazi indipendenti del territorio, favorendo esperienze di cooperazione al fine di costruire un legame solidale e generare dinamiche di scambio umano, etico, artistico.
Ghëddo è: Olga Cantini, Rachele Fassari, Davide Nicastro, Marta Saccani, Barbara Ruperti.
03.05.2024 - 31.05.2024
opening: 02.05.2024
03.05.2024 - 31.05.2024
Riccardo Costantini
Tra il finito e l’immenso
(Group Show)
Mario Daniele
Pierluigi Fresia
Claudio Orlandi
Francesco Pergolesi
Edoardo Romagnoli
Gustav Willeit
2 maggio – 31 maggio 2024
14.02.2024 - 29.03.2024
opening: 13.02.2024
14.02.2024 - 29.03.2024
What’s more than enough – Più che sufficiente o oltre l’abbastanza?
La tela che straborda oltre la superficie pittorica è il primo sintomo di questo andare oltre il necessario. Il supporto eccede oltre il rettangolo che ospita la mestica e si articola in forme che occupano lo spazio, in lembi di tessuto che uniscono i volti ritratti metafora di connessioni tra persone, relazioni. Un “lessico famigliare” che lascia spazi aperti all’interpretazione, non definendo esattamente i rapporti esistenti.
Il lino ripercorre le stesse forme severe di cui si abbigliano i personaggi pseudofiamminghi dipinti. La pittura del passato ha avuto anche la funzione di raccontarci come si vestivano nei secoli scorsi, rivelando talvolta gli aspetti psicologici dei protagonisti. I nostri personaggi indossano abiti austeri e in alcune parti rigidi. L’abito che fa il monaco: teste quadrate in abiti quadrati.
Un incasellamento in regole che sanciscono quali sono le tipologie di rapporti possibili e non possibili, i comportamenti accettabili e quelli da evitare. Il giudizio sempre pronto ad essere dispensato.
Anche la stesura pittorica supera l’indispensabile, si stratifica in livelli sovrapposti che ispessiscono la crosta. A volte ci si potrebbe fermare prima, a volte ci si dovrebbe fermare prima. Una tendenza opposta al “less is more” che non vuole esserle rivale.
Quasi un’ossessione che ciò che si fa non basti mai. Fare sempre di più, fare sempre meglio, o almeno provarci. Una tendenza che mira ad ottenere risultati sempre migliori e non sempre ci riesce.
Marcello Nitti nasce a Taranto nel 1988. Nel 2007 si iscrive al corso di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, dove coltiva il proprio interesse per la figurazione. Conseguito il Diploma Accademico di I livello, decide di proseguire autonomamente la propria ricerca, approfondendo la conoscenza degli aspetti tecnici e formali della tradizione pittorica e contemporaneamente cercando di sviluppare una poetica personale. Dal 2019 frequenta gli studi in Grafica d’Arte grazie ai quali recupera l’interesse per le tecniche di stampa tradizionali, sviluppando diversi progetti che vedono protagonista la calcografia.
Il nucleo centrale della sua produzione, basato su opere pittoriche e grafiche, è spesso affiancato da appendici scultoree e sonore.
Ha preso parte ad esposizioni personali e collettive sul territorio italiano ed estero tra cui Fear, a cura di Pak – Pla]orm Voor Actuele Kunsten, Psychiatrisch Centrum Sint-Amandus, Berneen (Belgio), 2023; Cloud, Online traces offline and viceversa, Linea, Lecce, 2021; Immagini immaginari, a cura di Lorenzo Madaro, MUST – Museo Storico Città di Lecce, 2021, Lecce; Omaggio ai caduti, a cura di Laura Perrone, Fondazione Lac o Le mon, San Cesario di Lecce (LE), 2017; About Landscape, a cura di Giovanni Matteo, Art and Ars Gallery, Galatina (LE), 2016.
Tra le Creart A-i-R program, Kaunas (Lituania), 2017. È cofondatore di Guado Edizioni, progetto editoriale per la produzione di pubblicazioni nell’ambito della Stampa d’Arte.
Attualmente vive e lavora tra Taranto e Lecce.
Orari da martedì a sabato ore 11.00 – 13.00 e 15.00 – 19.30.
Lunedì e domenica chiuso.
19.01.2024 - 09.02.2024
opening: 18.01.2024
19.01.2024 - 09.02.2024
In esposizione il lavoro di sette artisti che, in questo ambito, si esprimono attraverso la pittura quale unico mezzo espressivo.
Il rallentare del tempo, sentirlo anche in un era in cui la velocità è imperativa e dominante, in cui la nostra attenzione su ciò che stiamo cercando e osservando sul web è di pochi secondi, poi passiamo a altro e subito dopo alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Il tempo rallentato è quello necessario alla pratica della pittura, mezzo espressivo che tutti hanno dato ciclicamente per morto e che, come l’Araba Fenice, ritorna in vita rigenerandosi dalle proprie ceneri ma, soprattutto, dalle necessità del mercato dell’arte.
La pittura che, come pratica performativa, ha bisogno del tempo, è in continua evoluzione di ricerca di contenuti; il tempo è necessario alla stesura sul supporto del colore e della materia, alla ricerca della forma trovando la giusta soluzione di luce. Non esistono scorciatoie, il lento scorrere del tempo è l’unica via.
Per Sergio Cardillo i generi canonici della pittura vengono avvicinati con un continuo atteggiamento sperimentale al fine di trovare un rinnovato equilibrio tra esigenze espressive e elementi strettamente formali della disciplina pittorica che traducono le tensioni emotive della vita quotidiana.
Nelle opere di Enzo Gagliardino, il soggetto ossessivo delle facciate di palazzi anonimi è forma metafisica in cui sembra più importante ciò che non si vede: i protagonisti invisibili sono coloro che vivono dietro quei muri. La pittura per Gagliardino è come un rituale Zen, densa di significato.
Carlo Galfione ci impone una riflessione sulla pittura nella sua essenza decorativa: elemento distintivo del suo lavoro è il contrasto fra il supporto, sia esso tappezzeria o tessuto, tipico degli ambienti borghesi e la pittura sovrapposta che rappresenta immagini estratte da fotografie che trova nei media o in ciò che tutti noi lasciamo come testimonianze della nostra vita, affidate ai social media.
Nei lavori di ultima produzione di Bahar Heidarzade, il tema della memoria emerge in modo estremamente efficace nonostante la scelta di generare opere informali astratte. Da anni non le è possibile tornare in Iran, suo Paese di origine, dove rischierebbe di essere arrestata o addirittura di sparire come successo a molti suoi connazionali. Nelle opere grandi macchie bianche celano ciò che è sottostante lasciando emergere indizi, permettendo all’osservatore di condividere il lento processo di perdita del ricordo generato dal tempo.
Francesco Sena nella realizzazione di buona parte delle sue opere utilizza lacera bianca. Il suo è un lavoro di stratificazioni in dialogo psichico con l’oblio. Figure nascoste parzialmente alla vista sembrano avvolte da una fitta nebbia inducendo nell’osservatore apparizioni fantasmatiche, paesaggi vissuti e proiezioni oniriche.
Simone Stuto propone una pittura densa di simbolismo e di rimandi alle esperienze artistiche del passato senza mai perdere una estetica contemporanea. Proprio dallo studio e dalla contemplazione dell’arte antica, soprattutto tardo gotica e rinascimentale, nasce un lavoro originale che si pone, con la propria cifra, in quello che è il più attuale panorama artistico internazionale.
Saverio Todaro, artista eclettico, non ama le definizioni e da sempre preferisce confrontarsi con differenti mezzi espressivi. In mostra propone un’opera alla stregua di un plastico architettonico distopico affiancata da un piccolo dipinto rappresentante due conigli bianchi geolocalizzati nella neve. Straniante atmosfera intrisa da solitudine di periferia.